Cane domestico, ferale, selvatico. Differenze ecologiche e culturali

Provando ad accostare i cani che vivono nelle nostre case ai loro cugini ferali (pariah dogs, stray dogs, street dogs) e selvatici (Dingo australiano, Cuon alpinus, Cane canoro della Nuova Guinea) si possono individuare una serie di differenze in termini di comportamento, abitudini e collocazione all’interno del nostro immaginario culturale.
Alcune delle caratteristiche più importanti riguardano casa, movimento, socialità, alimentazione, riproduzione e rapporto con l’uomo.

DomesticoFeraleSelvatico
Vive in casaVive in città / periferiaVive a distanza dall’uomo
In cattivitàVagante sul territorioCopre lunghe distanze
In famiglia umanaForma piccoli branchiGruppi familiari
Commensale dipendenteSpazzino / cacciatore-raccoglitorePredatore opportunista
Riproduzione controllataLibertà riproduttiva / ibridazioneAccoppiamento selettivo
Familiare / figlio / conviventeCoinquilino / extracomunitarioEstraneo / minaccia

I cani domestici vivono con noi in una condizione che, senza troppi giri di parole, si può definire di cattività. Le loro opportunità di spostarsi sono regolate nei tempi e modi del custode-proprietario e la loro sessualità è nella maggior parte dei casi repressa. Questo regime di vigilanza offre il vantaggio di poter mangiare alla nostra tavola (più o meno letteralmente) senza preoccuparsi di rimanere a bocca asciutta, ed essere accolti a pieno titolo come membri di famiglia.
Il cane di casa viene vissuto come un amico, se non come un vero e proprio figlio adottivo.

I randagi che orbitano intorno agli insediamenti urbani godono di una maggiore autonomia sessuale e di movimento, hanno modo di formare branchi di piccole e medie dimensioni all’interno dei quali svolgere ruoli attivi e vicendevoli, e che venendo talvolta a contatto con cani di proprietà lasciati liberi, possono dare luogo a discendenze ibride.
La vicinanza agli esseri umani permette loro di non ricorrere, se non in minima parte, ad una vera e propria predazione. Si accontentano dei numerosi pasti di fortuna che l’ambiente urbano è in grado di offrire. L’interazione con le persone è spesso ambivalente, ricalca cioè i diversi gradi di (in)tolleranza verso stranieri ed extracomunitari, percepiti con spirito di accoglienza, indifferenza o disprezzo a seconda dei casi.

I cani selvatici rappresentano una versione estremizzata dei ferali.
Sono indipendenti sotto tutti i punti di vista, coprono vaste aree di territorio all’interno delle quali predano animali anche di grandi dimensioni. Formano gruppi sociali secondo un modello familiare simile a quello del lupo, che favorisce il mantenimento di un corredo genetico piuttosto compatto e ben differenziato.
Evitano il contatto con gli esseri umani, salvo eventuali attacchi al bestiame, e per questo sono percepiti come una minaccia. La loro presenza evoca paure ataviche e reazioni che attingono dalla narrazione magica di stampo allegorico.
I selvatici sono intrusi, ladri, infidi, pericolosi, a volte diabolici.

In linea generale le differenze tra cani di proprietà, pariah, ferali e selvatici sono correlate alla distanza dall’uomo, intesa come tendenza alla fuga, capacità di condividere gli spazi, affinità negli stili di comportamento adottati, sovrapposizione del modello comunicativo, compenetrazione tra società. Tale distanza costruisce una dicotomia concettuale tra amico e nemico, tra interno ed esterno, tra uomo e animale.

Nella realtà dei fatti i confini biologici ed ecologici sono sfumati poiché non c’è una separazione netta tra città, periferia e spazi aperti, né tra i diversi pool genetici, così come non sussiste una categorizzazione rigida nelle abitudini alimentari o nella struttura sociale.
C’è, al contrario, uno spettro continuo di possibilità, ciascuna delle quali rappresenta un punto di equilibrio nel rapporto tra costi e benefici, siano essi quelli associati al benessere della prigionia, che al caro prezzo della libertà.

La domesticazione è stata da sempre considerata un ottimo affare per gli esseri umani che hanno utilizzato cani, pecore, cavalli come tecnologie viventi. Alcuni storici e antropologi1 la ritengono invece il modo con cui animali e piante sono saltati in groppa alla specie umana per diffondersi a macchia d’olio sul pianeta. Questione di prospettiva.

1 Yuval Noah Harari, 2011

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