Il cane è un prodotto dell’uomo?

Quando un cane vuole qualcosa, che sia un lancio di pallina, un pezzo di pizza o una grattatina, ci guarda direttamente nelle palle degli occhi. Il contatto oculare è una delle tante strategie (e anche una delle più efficaci) che i cani hanno evoluto per ingaggiare gli esseri umani ad interagire con loro e ottenere dei vantaggi, in termini di cibo o nel rispondere ad una richiesta di aiuto. I tratti infantili (pedomorfismo) nel muso del cane insieme ad una mimica facciale particolarmente espressiva colpiscono la vulnerabilità emotiva dell’essere umano, sfruttando il tipo di comunicazione che attueremmo con un neonato.
I cani ricorrono al nostro cuore di mamma mammifera per utilizzarci come uno strumento, un po’ come fa un topo che tira una leva in una skinner-box.

E non appena ricambiamo lo sguardo, in entrambi si accende una scintilla. Per i romantici è semplicemente amore, i neurobiologi la chiamano ossitocina, l’ormone che ricopre un ruolo fondamentale nelle relazioni affettive. Lo stesso che rende speciale il legame tra le madri e i propri piccoli, e che fa fare cose incredibilmente stupide e belle agli innamorati.
Il livello di intesa che riusciamo a raggiungere giocando con i nostri cani non ha paragoni in nessun’altra interazione tra specie diverse. Paradossalmente i cani si mostrano più cooperativi con gli esseri umani rispetto a quanto non lo siano con i loro stessi conspecifici. Per certi versi sono più simili a noi che ai loro cugini lupi.
Comunicazione, cooperazione, e legame affettivo sono le tre direttrici che fanno di un cane l’animale più umano che esista. Più dei nostri cugini scimmieschi, che appena ti giri cercano di fregarti le sigarette.
Il processo di domesticazione ha plasmato le loro modalità espressive e comportamentali, avvicinandole alle nostre.
Per questo motivo sembra sensato ritenere il cane un “prodotto” dell’uomo.

Le piante a riproduzione sessuata hanno fatto qualcosa di simile con gli insetti, che utilizzano come corrieri per trasportare il polline da un fiore all’altro. Senza il lavoro degli insetti impollinatori, le piante sarebbero solo infecondi pezzi di design.
Non stupisce quindi che si siano ingegnate per entrare nelle grazie dei loro piccoli aiutanti, tanto da aver inventato un regalo zuccherino solo per loro. Il nettare è la merce di scambio con cui retribuiscono api, bombi e compagnia ronzante. Nel frattempo hanno anche evoluto forme, colori e profumi che solleticano i sensi degli insetti preferiti, modificandone lentamente recettori visivi e chimici. Non solo gli insetti sono attratti dai fiori, ma lo sono da fiori specifici, verso i quali hanno sviluppato una preferenza sensoriale e strutture anatomiche che li rendono funzionali a svolgere il lavoro di impollinatore per quel fiore, e non per altri.
Nel corso dell’evoluzione le piante hanno plasmato i sistemi di riconoscimento degli insetti e i loro pattern comportamentali analogamente a come ha fatto l’uomo con il cane.
Eppure nessuno si sogna di affermare che gli insetti siano il prodotto delle piante.

La domesticazione è il risultato di un processo di coevoluzione che ha avvicinato uomini e cani modificandone nel tempo le caratteristiche. In questi termini il cane è il prodotto dell’uomo non più di quanto l’uomo lo sia del cane, esattamente come ogni essere vivente è il risultato dell’interazione complessa con tutti gli attori del suo ecosistema. Homo sapiens è uno di questi.

Riferimenti

Alessandra Viola e Stefano Mancuso, Verde Brillante (2013)
Raymond e Lorna Coppinger, Dogs (2012)

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