La strada accidentata verso i diritti degli animali

Quello dei due cani uccisi a colpi di pistola in Calabria non è purtroppo il primo episodio del genere e non sarà neanche l’ultimo.
L’unica reazione possibile di fronte a fatti così gravi è esigere giustizia e l’inasprimento di pene che, se non altro, possano fungere da deterrente.
Il problema della violenza sugli animali, però, ha radici molto più profonde e sarebbe ingenuo pensare di poterlo risolvere semplicemente sul piano normativo.
Per prima cosa va notato che le leggi esistono già, e spesso vengono anche applicate, come nel caso del lupo impiccato in provincia di Rimini nel 2017. Caso esemplare, poiché anche in quell’occasione si trattava di un’esecuzione gratuita, barbara e dimostrativa, il cui epilogo è stata una condanna dei tre imputati.
La pena, di un anno e mezzo nel caso più grave, è stata accolta dalla LAV con “parziale soddisfazione”, in quanto troppo blanda rispetto alla percezione del delitto, nonostante fosse perfettamente congrua col reato contestato.
Ed è qui che il primo nodo viene al pettine.
Il reato di uccisione di animale, infatti, viene punito con un massimo di 2 anni di reclusione, un’inezia rispetto ai non meno di 21 anni riservati a chi si macchia di omicidio. La disparità della pena rispecchia un principio giuridico che incarna il principio etico ad esso sotteso, ovvero la profonda differenza di valore tra l’animale uomo e l’animale non umano. Differenza tutto sommato comprensibile e difficilmente superabile, in quanto gli strumenti con cui viene misurata sono quelli che utilizziamo per determinare le responsabilità sociali, ovvero diritti e doveri che un uomo possiede di fronte ad un altro uomo.
Difatti, nel caso del lupo di Coriano, il reato più ingente in termini di conseguenze penali non è quello di uccisione di animale (due anni al massimo), ma quello di furto aggravato di avifauna ai danni del patrimonio indisponibile dello Stato (fino a sei anni). In parole povere, l’uccisione di un lupo, e quella di un selvatico in generale (o di un cane non padronale), è grave non tanto perché la vita di quell’animale abbia un valore intrinseco, quanto perché costituisce la sottrazione di un bene statale, esattamente come il bracconaggio.
E qui veniamo al secondo nodo.
Gli animali, siano essi i selvatici o i nostri compagni domestici, dal punto di vista giuridico sono a tutti gli effetti delle cose. Oggetti che godono di una discreta protezione, che però viene meno in svariati contesti (quello della caccia, dell’utilizzo alimentare, del contenimento…). Superare questa premessa è un’operazione complicata perché significherebbe eliminare il privilegio dell’uomo sull’animale-risorsa in tutti quei contesti, che sono la regola piuttosto che l’eccezione.
Anche volendo distinguere gli animali da compagnia da quelli da reddito, come già avviene, e garantire loro maggiori diritti, probabilmente ci sentiremmo a disagio nel trasformarli a tutti gli effetti in soggetti giuridici, perché questo vorrebbe dire affrontare questioni spinose e delicatissime che tuttora appaiono innocue. Sarebbe molto problematico infatti legittimare pratiche come la selezione artificiale, la sterilizzazione, la detenzione, il prelevamento sul territorio nei confronti di un soggetto di diritto che, sulla carta, dovrebbe godere delle stesse libertà di un essere umano.

George Orwell, La fattoria degli animali

In estrema sintesi, affermare che un cane o un gatto debbano godere dei nostri stessi diritti civili significherebbe rinunciare del tutto al concetto di proprietà dei domestici, in qualsiasi forma essa si configuri.
Allo stato dei fatti questa difficoltà viene risolta, per così dire, equiparando i diritti degli animali domestici (ma non le nostre responsabilità nei loro confronti) con quelli che riserviamo ai neonati o agli individui incapaci di intendere o di volere.
Senza dubbio la nostra società si sta muovendo nella direzione di una maggiore tutela degli animali, ma la transizione non può che essere mossa da un processo culturale di educazione delle nuove generazioni, supportato da un sistema di leggi che aiuti a consolidare una concezione di rispetto dell’animale per il valore che ha in sé, e non per quello che gli attribuiamo sulla base di logiche strumentali o utilitaristiche.
In questa prospettiva la netta linea di demarcazione tra domestico e selvatico, che anche molti detentori (esatto, detentori) di pet non mancano di sottolineare, non aiuta, poiché contribuisce a costruire un sistema di caste animali le cui gerarchie sono ancora una volta selezionate arbitrariamente secondo una logica antropocentrica che stabilisce quale specie è utile e quale è dannosa, quale è da proteggere e quale da sacrificare.
D’altro canto, una visione ecocentrica radicale finisce velocemente col naufragare contro giganteschi paradossi. Dovremmo riconoscere gli stessi diritti anche ai parassiti? Quanto è valido il criterio che usiamo per discriminare la vita animale da quella vegetale (e batterica, e fungina…)? Com’è possibile conciliare un’idea di sacralità della vita con dinamiche che, essendo di tipo energetico allo stato fondamentale, dipendono dal consumo della vita stessa?
E’ impensabile eliminare qualsiasi tipo di contraddizione dal piano etico, in quanto l’essenza con cui qualsiasi etica è biologicamente costruita si basa sulle stesse regole di gioco dell’evoluzione, che per forza di cose finiscono per essere principi specie-centrici. Se l’obiettivo non può essere quello di raggiungere un sistema morale del tutto privo di contraddizioni, si può quanto meno provare a limitare la sofferenza di altri animali a causa nostra.

Riferimenti

Diritti umani e diritti degli animali: una nuova prospettiva per lo ius animalium
Why keeping a pet is fundamentally unethical | Aeon Essays
Animal Rights Theory and Utilitarianism: Relative Normative Guidance
Should animals have human rights? [Slides]
Peter Singer, Liberazione animale (Il Saggiatore, 1975)
George Orwell, La fattoria degli animali (Mondadori, 1945)

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