Liberi e felici. Le ragioni ideologiche, culturali e scientifiche nel dibattito su randagismo e benessere

Sempre più persone si stanno interessando alla causa dei cani liberi, interrogandosi su quanto sia auspicabile toglierli dalla strada per dare loro un’adozione, o se al contrario questi cani non si trovino già nel posto più giusto per loro.
Purtroppo molto spesso la questione è affrontata usando come unico argomento quello della libertà, per chi li vorrebbe lasciare dove sono, o della sicurezza, per chi al contrario si accanisce per salvarli tutti.
Iniziamo allora da un paio di precisazioni.

La presunta libertà di un animale ha un costo, e quel costo è in genere molto alto.

Il benessere oggettivo di un animale si misura sulla base del suo stato di salute, della sua aspettativa di vita, del soddisfacimento dei suoi bisogni (alimentari, sociali, sessuali, motivazionali), di quanto l’ambiente in cui vive sia in grado di fornire una corrispondenza rispetto alla sua matrice etologica, del livello di appagamento psicologico, il cui sviluppo può compiersi soltanto se sono soddisfatte le condizioni precedenti.
Un cane randagio non è felice per il solo fatto di essere libero. Non più di quanto un cane di famiglia lo sia per il solo fatto di essere amorevolmente accudito.
I randagi vivono spesso in condizioni sanitarie precarie, se non critiche, sono divorati dai parassiti, la mancanza di cure veterinarie li condanna ad una vita breve e malconcia, durante la quale un infortunio banale può avere conseguenze irreversibili. La mortalità infantile è alta esattamente come lo era per l’essere umano prima dell’avvento della medicina moderna. Un randagio, così come un qualsiasi selvatico, deve fare i conti con la scarsità di cibo, con il dispendio di energie per procurarselo, con i pericoli derivanti dalla competizione, dalla difesa del territorio, dalla lotta per le risorse e, perché no, con la minaccia umana, in mancanza di qualcuno cui esternalizzare la propria protezione.
La qualità del sonno di un cane che dorme in casa è più alta di quella di un cane che dorme in un giardino recintato. La qualità del sonno di un cane di strada è inferiore ad entrambe.
I randagi giocano poco o niente, e solo da giovani, perché il gioco ha bisogno di un campo rilassato, sgombro da fame, dolore, paura, allerta.
Questo è il prezzo della libertà.
Chi afferma che i randagi siano felici a priori (o più felici dei cani di famiglia) in quanto godono di questo stato privilegiato, sta sostituendo il benessere fisiologico ed etologico con quella che è un’astrazione, ovvero la nostra idea di Libertà come valore assoluto, privo di qualsiasi condizionamento. Ma questo tipo di libertà concettuale non esiste se non come etichetta mentale.
La libertà è una superficie chiusa che delimita lo spazio potenziale di un soggetto, l’insieme di tutte le strade che può percorrere, ma che non sono infinite perché ogni animale è soggetto a vincoli biologici (genetici), ecologici (ambientali) e psicologici (ontogenetici).
Non è un monolite, ma un albero che può avere più o meno rami, più o meno lunghi.
Non bisognerebbe mai pensare alla Libertà come ad una monade, ma a tante libertà come ad un ventaglio di possibilità.
Un cane libero è titolare di ciò che mette in atto, del suo corpo, del territorio e delle risorse di cui si appropria., è padrone di se stesso e responsabile delle sue scelte. Maggiore il suo spazio di libertà, maggiore è la quota di rischi che entra in quello spazio e che si vede costretto a fronteggiare. Ed è questo il motivo per cui molti animali (noi per primi) preferiscono barattare un pezzo della propria libertà per la sicurezza di un pasto o di un riparo.
La libertà è inversamente proporzionale al comfort.

A sinistra un gattino libero a Fez (Marocco) in pessime condizioni di salute. [Foto dell’autore]
A destra un cucciolo di Bulldog francese prigioniero in un negozio, curato e accudito.

Allora tutti i randagi vanno “salvati” in nome di comfort e sicurezza?

Se l’imperativo è garantire salute e sicurezza ai randagi, ne consegue che dovremmo toglierli dalla strada tutti quanti. Per il loro bene, come si dice ai bambini quando gli vuoi far mandare giù una medicina amara.
Un cane in famiglia, nutrito e vaccinato, ha un’aspettativa di vita e condizioni di salute superiori ad uno che fa vita di strada, su questo non ci piove. E a poco servono le narrazioni romantiche su quei casi fortunati che ce l’hanno fatta a vivere in libertà, benvoluti e coccolati da un’intera comunità, perché per ognuno di loro ce ne sono altri cento che invece stanno abbastanza di merda.
Forse allora dovremmo “salvare” solo quelli che se la passano male, lasciando il fortunato del paese a godersi i pomeriggi di sole sul marciapiede.
Ma anche così subentra una complicazione, perché spesso i randagi non vogliono essere salvati. Sembrano essere stranamente riluttanti a farsi acchiappare, sbattere nel retro di un furgone e trasferire in canile, da soli dentro ad un box. Inutile spiegargli che hanno appena pescato il biglietto vincente della lotteria della sicurezza, continuano irragionevolmente a preferire di vivere poco e male per strada.
Non lo fanno per un ideale di libertà, questa pietra angolare del nostro sistema di valori che vogliamo trasferire a forza in tutte le specie come fosse un dictat biologico. Lo fanno perché una casa ce l’hanno, anche se è sporca, insalubre, pericolosa e fa schifo. Hanno una vita, anche se è oggettivamente una vita terribilmente difficile. Hanno abitudini, luoghi, rapporti sociali. E hanno conoscenze sul proprio mondo, per quanto fatto di rischi, attraverso le quali possono fare previsioni e generare aspettative. In una parola, hanno controllo.
E tutte queste cose, nel momento esatto in cui vengono sottratti alla strada, gli vengono tolte. In un colpo solo perdono le redini della propria vita, e di conseguenza l’orizzonte sul futuro prossimo si occlude.

Cattura di un randagio in India.

Molti ritengono che questa sia una ragione sufficiente per lasciare ogni randagio al suo destino. Ne fanno una questione di scelta. Nessun randagio ha mai bussato alle porte di un canile per tagliare i ponti con la propria vita libera.
Ma anche qui si rischia di incappare in un tranello ideologico, poiché si parte dall’idea che la mente degli animali (come al solito, noi compresi) fabbrichi decisioni dal nulla, come se nel cervello fosse presente un elenco infinito di tutte le opzioni possibili, ciascuna con lo stesso peso delle altre.
Le cose non stanno così.
Decidere non è un atto generativo, poiché le opzioni a disposizione sono il ristretto sottoinsieme di quelle cui un individuo è stato esposto. Non si sceglie ciò che non si conosce, non si immagina o non ci si aspetta, e non perché sia un’opzione da scartare a priori, ma semplicemente perché il cervello non ha assemblato un’immagine di quell’opzione. Le decisioni sono il prodotto finale di un processo in cui l’apprendimento gioca un ruolo chiave. Non sono i mattoncini di un ipotetico scatolone Lego senza fondo, ma le costruzioni che si possono mettere insieme con gli unici pezzi della propria cassetta degli attrezzi. E’ solo ampliando quel kit che è possibile fabbricare nuove decisioni che prima erano precluse.
Allora se si vuole usare a tutti i costi il discriminante della scelta, non bisogna chiedersi se un randagio, che ha conosciuto solo la vita di strada, decida spontaneamente di essere adottato, perché quello scenario non è presente nel suo repertorio, e di conseguenza quella decisione non può essere rappresentata. La domanda giusta è cosa sceglierebbe un cane che ha potuto fare esperienza di entrambi gli stili di vita.

Cane recuperato in un centro a Granada dopo 7 settimane di cure.
La sua storia qui: https://www.boredpanda.com/starving-dog-rescue-skeleton-spaghetti-barilla-spain


La risposta è tutt’altro che scontata, ma è innegabile che molti ex randagi adottati abbiano una vita più appagante rispetto a quella dalla quale sono stati “salvati”. Affermare il contrario per partito preso, oltre ad essere falso, sarebbe ingeneroso verso le tante famiglie che si impegnano a rendere le giornate del proprio cane, le migliori possibili.
Esistono quindi altre motivazioni per cui i randagi vadano lasciati dove sono? Si, esistono.

Molti randagi adottati riescono ad integrarsi bene nella loro nuova famiglia, riacquistano quel controllo sulla propria vita che avevano perso al momento della cattura. La nuova vita è una vita diversa, semplificata, più confortevole, meno vulnerabile al rischio e all’incertezza. E anche molto meno libera.
Decidere se è giusto o no lasciare i randagi al loro destino sulla base della contrapposizione tra libertà e sicurezza, non dice nulla riguardo la validità di una scelta o dell’altra. Dice solo a quale ideologia, nel nostro sistema di valori, siamo più affezionati. Ma qualsiasi ideologia fatica a rappresentare una realtà che è sfaccettata, eterogenea, complessa.
Perché ci sono ex randagi ben integrati, che non rinuncerebbero più al loro posto in una famiglia umana, ma ci sono anche quelli che non saranno mai davvero adottabili, e proveranno incessantemente a tornare alle vecchie abitudini per ritrovare un mondo familiare. Si sentiranno prigionieri con le spalle al muro, e allora tenteranno la fuga, o l’aggressione.
Quelli che abitano zone in cui la presenza umana è ridotta, potrebbero non essere stati esposti precocemente ad un contesto antropico. Il cervello di un cane ha una finestra temporale limitata durante la quale avviene la socializzazione: dalle 4 alle 16 settimane. In questo arco di tempo un cucciolo viene a contatto con gli elementi (biologici e non) che faranno parte del suo mondo. Un randagio che passa il suo periodo critico lontano dalle persone, rimarrà sempre semiselvatico. Diffidente, sospettoso, magari impaurito.

Randagi in attesa di qualche avanzo di pesce sulla spiaggia di Matara (Sri Lanka). I cani di strada in di queste zone sono ben integrati nei villaggi. [Foto dell’autore]

La distanza di fuga è un’indicatore della confidenza di un animale rispetto a qualcosa che potrebbe rappresentare per lui una minaccia, ed è un discreto predittore di quanto sarà facile o problematica una convivenza.
L’idea stessa di cattura – perché di questo si parla quando si preleva un cane con la forza e lo si costringe in un luogo dal quale non può andarsene – denuncia un modus operandi che è incompatibile con il benessere di quel cane.
Non si può pensare di costringere ad un amore coatto un animale che inizia a fuggire quando ti vede a cento metri di distanza.
Così come non si può pensare che un cane abituato a coprire grandi distanze accetterà di buon grado il confinamento.
Non si può togliere tutto ad un cane con un forte senso della proprietà e pensare che non avrà il bisogno di riconquistare ciò che era suo.
Non si può castrare un cane con un’identità sessuale importante e pensare che il suo assetto psicologico rimarrà invariato.
L’adozione deve essere un passaggio, non uno strappo. Un ponte tra due fasi di un’esistenza durante la quale i punti di riferimento comportamentali e caratteriali rimangono fermi.
Il benessere come obiettivo è un discriminante valido nel decidere se togliere un randagio dalla strada, purché non sia un concetto esclusivamente sanitario, o sicurezza-centrico, ma il risultato di un’equazione in cui entrano in gioco anche le condizioni iniziali di un animale, la sua personalità, la sua biografia.
Salvare un randagio è una pessima idea quando le ragioni sono amore e sicurezza, se quel cane ha ragioni diverse e più importanti per lui.
I motivi per adottarlo devono sempre fare i conti con la sfera individuale.

Cuccioli vivono in una tana di fortuna a Fez (Marocco). Se tra le 4 e le 16 settimane non avranno un imprinting sull’uomo rimarranno diffidenti per tutta la vita. [Foto dell’autore]

Esistono però almeno due buone ragioni per decidere a priori di lasciare tutti i randagi lì dove sono.
La prima ha a che fare con l’ecosistema di cui le popolazioni di cani fanno parte, che comprende la rete di relazioni tra conspecifici, i rapporti mutualistici con altre specie, le dinamiche di competizione con altri predatori, raccoglitori, spazzini, saprofagi con i quali dividono le risorse.
I cani liberi sul territorio partecipano in maniera attiva agli equilibri ecologici del proprio habitat, incidendo direttamente e indirettamente sul tasso di mortalità dei competitori e fungendo talvolta da cibo per predatori più grandi o per animali che si nutrono di carcasse. I movimenti sul territorio disegnano confini per i selvatici che si sentono minacciati dalla loro presenza. Le loro abitudini alimentari contribuiscono a ripulire le zone con eccedenze di rifiuti a cielo aperto. In termini biologici sarebbe inesatto affermare che i randagi ricoprano un “ruolo”, ma senza dubbio l’esistenza di popolazioni con quelle specifiche caratteristiche produce effetti che risultano problematici o vantaggiosi a seconda dell punto di osservazione. Esattamente come qualsiasi altra specie, con l’unica differenza che il cane è l’unico animale cui abbiamo deciso di applicare l’etichetta di “randagio”.

A Hyderabad (India) le popolazioni di randagi dipendono fortemente dall’abbondante quantità di rifiuti presenti nelle strade. [Fonte: https://www.deccanchronicle.com/150109/nation-current-affairs/article/strays-dogs-live-rs-30-crore-wasted-food%5D

Ma ancora più importante, tutelare i randagi significa non fare a pezzi le loro strutture sociali. La capacità dei cani liberi di formare famiglie e clan è una di quelle libertà che noi non siamo disposti a concedere mai per davvero a quelli che vivono in casa con noi.
I cuccioli hanno la possibilità di vivere con la madre fino a quando non decidono di allontanarsi e unirsi ad altri individui seguendo le proprie affinità caratteriali, sociali, sessuali.
Apprendono per imitazione e contesto, assemblando competenze che sono funzionali ai problemi che l’ambiente gli pone di fronte.
Insomma, se la socialità è la caratteristica che contraddistingue per eccellenza il mondo canino, la sua forma più sofisticata è quella che possiamo osservare nei cani liberi.

Randagi che si rilassano nei giardini Mahamegha ad Anuradhapura (Sri Lanka). I cani liberi costruiscono legami sociali, amicizie e frequentazioni. [Foto dell’autore]

La seconda ragione per non trasformare nessun randagio in un pet è di tipo evoluzionistico.
La selezione delle razze da una parte e la cattività dall’altra utilizzano il controllo delle nascite come strumento principale per produrre il tipo di cane desiderato, andando ad impoverire il pool genetico della specie e costruendo isole morfologiche e comportamentali. Dal momento che la pressione selettiva sui cani padronali è determinata esclusivamente da criteri arbitrariamente umani di tipo estetico o utilitaristico, le discendenze canine che ne conseguono hanno un indice funzionale scarso in termini adattativi.
In altre parole, cani come il bassotto, il bovaro del bernese, il pastore tedesco, il labrador retriever o i poveri bulldog sono la dimostrazione di come le nostre preferenze divergano dal concetto di fitness, andando a ricercare forme e funzioni che risultano problematiche per il cane stesso. Non è un caso che i cani dei villaggi, invece, tendano a convergere verso caratteristiche omogenee in termini di dimensioni, struttura muscolo scheletrica e parametri fisiologici.
In un mondo di soli meticci, dopo qualche generazione i cani si assomiglierebbero tutti.
I sostenitori della sterilizzazione a tappeto, quelli che auspicano un futuro senza randagi e senza accoppiamenti casuali, stanno anche sostenendo, forse senza rendersene conto, l’estinzione del cane come specie naturale, e quindi una riduzione netta della biodiversità. Stanno dicendo cioè che la riproduzione sessuata e casuale, ovvero lo strumento più potente che l’evoluzione ha trovato per rimescolare il patrimonio genetico di una specie e produrre adattamenti vantaggiosi e resistenti, va abolita per evitare che i nuovi nati muoiano. Ma è proprio la mortalità differenziale che permette ad una specie di tenere il passo con i mutamenti dell’ambiente. Nessuna specie è arrivata fino a qui grazie a qualcuno che l’ha allevata in una campana di vetro, perché le campane di vetro hanno il brutto difetto di essere terribilmente fragili.

Qui però bisogna sottolineare un punto, per evitare di perdere di vista ancora una volta la complessità della questione.
I tre piani – quello del benessere individuale, del valore ecologico di una popolazione e della conservazione della specie – sono necessariamente in conflitto. Conservare la specie per tutelare un patrimonio di biodiversità e favorirne l’adattamento significa anche accettare la morte di tutti gli individui inadatti. Il cucciolo malato di parvovirosi non è conservazionista, e quello nato con una deformità non ha interesse a rimuovere dal pool genico il proprio DNA difettoso. Entrambi sarebbero ben felici di essere curati e vivere a lungo, in cattività e contro natura.
Andarsene in giro a prelevare randagi e sequestrare i loro cuccioli per metterli in sicurezza significa spesso lacerare legami, sottrarli ad un ambiente in cui erano protagonisti e creare le condizioni per avere cani problematici, in quanto inadatti ad un contesto che non gli appartiene e che non può soddisfare le loro esigenze etologiche. Regalare un futuro migliore a quei cani cui si può garantire un benessere oggettivo significa anche arrecare un danno alla specie e a tutte quelle che in un modo o nell’altro da essa dipendono. Ma non farlo significa anche non scandalizzarsi di fronte alla fame, alla malattia, alla morte di molti cani di strada.
Non c’è una risposta, perché non esiste un problema e una soluzione. Ogni azione non può che essere parziale e, come una coperta corta, lasciare scoperti alcuni interessi.
La prospettiva adottata, sia quella della libertà, della scelta, della sicurezza, dell’amore, dell’ecologia o dell’evoluzione, non esprime alcuna verità superiore, dice solo chi siamo e in cosa crediamo.

Riferimenti e bibliografia

LAV | rapporto randagismo 2019: https://www.lav.it/news/rapporto-randagismo-2019
AWI | Animal Welfare Act: https://awionline.org/content/animal-welfare-act

Ecologia e comportamento animale – J. R. Krebs
Siamo davvero liberi? – De Caro, Lavazza, Sartori
Perché l’hai fatto? Come prendiamo le nostre decisioni – Read Montague
Dogs –  Raymond Coppinger, Lorna Coppinger 

La Regina Rossa: Sesso ed evoluzione – Matthew Ridley
Storia naturale della domesticazione dei mammiferi – Juliet Clutton-Brock

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: