Da animali a figli. Breve storia del rapporto uomo-cane

I proprietari di animali domestici se la sono presa parecchio per le parole del Papa, il quale ha sollevato un polverone affermando che “molte coppie non vogliono avere figli, ma hanno due cani o due gatti”.
Non c’è motivo per doversi giustificare sostenendo che animali e figli non vadano messi sullo stesso piano, perché le cose stanno esattamente così e non potrebbe essere diversamente.
Che i nostri cani (e talvolta i gatti, ma di più i cani) vengano trattati come figli è un dato oggettivo, e lo testimonia proprio il fatto che il termine proprietari ci stia sempre più stretto. Vorremmo piuttosto essere chiamati compagni, amici, o addirittura, in una funambolica arrampicata sugli specchi, caregiver, ma in fondo sappiamo benissimo di essere tutti quanti mamme adottive.
Del resto è proprio il nostro cervello di mamma-mammifero a rendere così naturale la capacità di formare anche con altre specie legami mutuati dalla forma parentale. Ed è lo stesso motivo per cui questa operazione di estensione della genitorialità ci riesce particolarmente bene proprio con i cani, e decisamente meno bene con le manguste.
La conservazione di tratti neotenici (orecchie flosce, occhi grandi, muso corto…) ha reso la morfologia dei cani adulti più vicina a quella dei cuccioli, evocando in noi la propensione all’accudimento.
Esiste poi anche un aspetto più antropologico, ed è uno dei motivi per cui non ci sono manguste sui nostri divani.
Gli animali selvatici sono da sempre avvolti da un velo di mistero atavico che suscita curiosità, ammirazione, diffidenza, talvolta paura. Sono creature che percepiamo come distanti dal nostro mondo, o addirittura in conflitto con esso, ma, sorprendentemente, riusciamo a riconoscere loro una soggettività aliena e al tempo stesso affascinante. E’ significativo che i soggetti rappresentati nelle pitture rupestri siano proprio i grandi animali selvaggi insieme alle impronte umane, a testimoniare una contrapposizione di pari dignità. Tuttora i Runa ecuadoriani riconoscono che anche gli animali possano essere “runa”, cioè persone.
Con l’agricoltura le cose sono cambiate. Nel momento in cui l’uomo ha potuto esercitare un controllo assoluto su alcune specie, ha fabbricato una nuova categoria, quella degli animali da allevamento, i quali, non essendo né liberi né temibili, sono stati declassati e trasformati in merce, e i loro nomi usati come un mezzo insulto.
La rivoluzione agricola ha segnato uno spartiacque cruciale, che ha separato l’epoca in cui l’essere umano si sentiva in balia di un mondo insidioso, che affrontava con lo stesso timore e le stesse armi degli altri animali, dall’epoca in cui ha conquistato una nuova posizione di potere all’interno di quel mondo, trasformandolo in un magazzino di risorse da sfruttare, animali compresi.
I cani però sono riusciti nel tempo a compiere un salto di categoria, non rimanendo relegati al ruolo di semplici strumenti di lavoro, ma diventando anche depositari di affetto e attenzioni, proprio in virtù di quelle caratteristiche che fanno presa sul nostro sistema di attaccamento.
E con un colpo di coda, dopo millenni in cui hanno fatto il “lavoro sporco”, si sono riappropriati della dignità animale riservata ai selvatici, con un benefit aggiuntivo: quello di poter entrare nella nostra casa, sedere alla nostra tavola, dormire nel nostro letto. Proprio come figli adottivi.
Poi possiamo pure continuare a fingere un certo distacco chiamandoli “amici” a quattro zampe, anche se l’unico rapporto di amicizia che prevede una totale e unilaterale dipendenza, in cui uno dei due è il titolare responsabile e si occupa di ogni aspetto della vita dell’altro, beh quel rapporto si chiama genitore-figlio. Il Papa ha torto marcio, poiché trattare gli animali domestici come figli non significa rinnegare la paternità e la maternità, ma, al contrario, assecondarla.
Il problema semmai non è quello di considerare i cani come figli adottivi, ma di considerarli figli eternamente bambini incapaci di badare a loro stessi, negando loro quel grado di problematicità che è inevitabile nell’essere adulti, di qualsiasi specie.


Riferimenti e bibliografia

animalmedicinesaustralia.org.au | Pets in Australia: A national survey of pets and people https://animalmedicinesaustralia.org.au/wp-content/uploads/2019/10/ANIM001-Pet-Survey-Report19_v1.7_WEB_low-res.pdf
PLOS ONE | Stoeckel LE, Palley LS, Gollub RL, Niemi SM, Evins AE (2014). Patterns of Brain Activation when Mothers View Their Own Child and Dog: An fMRI Study.
FRONTIERS IN PSYCHOLOGY | Borgi, M., & Cirulli, F. (2016). Pet Face: Mechanisms Underlying Human-Animal Relationships
Yuval Noah Harari, Homo deus. Breve storia del futuro (Bompiani, 2018)
Eduardo Kohn, Come pensano le foreste (Nottetempo, 2021)

Copertina: Roccia libica datata 7000 anni BP, cacciatore e il suo cane (Joe & Clair Carnegie / Libyan Soup | Getty Images)

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