Ibridazione tra cane e lupo. Una prospettiva evoluzionistica

Come se i randagi non avessero già le loro belle gatte da pelare, recentemente sta facendo parecchio rumore anche la questione dell’ibridazione del lupo con il cane domestico, e dei rischi ad essa connessi. Dove per “cane domestico” si intendono i cani vaganti a vario titolo.
Conservazionisti, ecologi e amanti del lupo appenninico sono giustamente preoccupati [1] riguardo la possibilità che accoppiamenti interspecifici vadano progressivamente ad impoverire il corredo genetico lupino, rendendo più vulnerabile una specie già minacciata da abbattimento illegale, incidenti, inquinamento e soprattutto una pressione antropica sul territorio che erode gli spazi di cui le popolazioni di lupi hanno bisogno, per necessità etologiche e per una più rilassata convivenza con noi.
Le preoccupazioni sono legittime, in quanto l’apporto genetico del cane, vittima di una selezione di razza non funzionale nel contesto selvatico, potrebbe ridurre la biodiversità in termini genetici ed ecologici.
Il timore è che tutti i vari meticci figli di labrador regalati a natale e abbandonati a ferragosto, dopo aver messo a segno il colpaccio della vita rimorchiando una lupa in dispersione, diano alla luce lupacchiotti con sangue domestico meno abili nella predazione, meno furtivi nei movimenti, più confidenti verso l’uomo. Insomma, meno lupeschi.
La presenza del lupo, in quanto predatore apicale, è di enorme importanza per l’ecosistema, poiché funge da regolatore dell’intera rete trofica (quella che, per chi come me faceva le medie negli anni 80, veniva chiamata piramide alimentare), innescando un effetto a cascata su altri predatori, grandi e piccoli erbivori, uccelli spazzini, insetti saprofagi e organismi vegetali [2].
Ripetuti incroci possono aumentare di generazione in generazione la porzione di DNA canino, facendo scendere il numero di lupi puri sotto una soglia critica (Minimum viable population), e accompagnandoli alla porta dell’estinzione.
Ad essere precisi il problema dell’ibridazione, a differenza di quanto sostengono naturalisti dell’ultima ora e associazioni pro-caccia, non è recente, ma ha visto un significativo incremento negli anni ’90 durante il periodo di espansione del lupo, per poi diminuire nelle decadi successive [3].
E ad essere ancora più precisi, una separazione genetica netta tra le due specie probabilmente non c’è mai stata, in primo luogo perché l’antenato comune è vissuto in epoca recente (evoluzionisticamente parlando), in secondo luogo perché cani e lupi hanno sempre coperto areali sovrapposti [4].
Queste considerazioni da una parte impongono una certa cautela nello stabilire quali individui debbano essere ritenuti ibridi (fino a quando ha senso andare indietro nel tempo?), dall’altra non consentono di fare previsioni sugli effetti dell’ibridazione.
Se poi guardiamo la faccenda dal punto di vista dell’evoluzione, le cose si complicano ulteriormente.
C’è una contraddizione interna nell’affermare che l’incrocio con il cane inquini il DNA del lupo riducendone la fitness complessiva. Qualora infatti la progenie ibrida fosse meno adattativa, la selezione naturale andrebbe a filtrare proprio quelle caratteristiche non funzionali, eliminandole dal pool genico. Il lupacchiotto con sangue labrador che fosse un predatore meno performante, semplicemente finirebbe nel cestino della selezione naturale.
In alternativa la ricombinazione del DNA (come avviene per la riproduzione sessuata) potrebbe imboccare strade evolutive più efficienti, dando luogo a popolazioni di lupi ibridi migliori (in termini adattativi) rispetto ai lupi puri [5], con caratteristiche difficilmente predicibili, in quanto tra genotipo e fenotipo non c’è una relazione lineare.
In questo caso una riduzione della diversità genetica si tradurrebbe sì in una minore biodiversità, con un impatto negativo per gli ecosistemi, ma anche in un vantaggio per la popolazione ibrida. Se facessimo un sondaggio tra gli ibridi che hanno saputo sfruttare meglio dei lupi DOC la propria nicchia ecologica, e gli chiedessimo se sono favorevoli alla propria eradicazione in nome della purezza della specie, ho l’impressione che non accoglierebbero di buon grado la proposta. Spiegargli che lo facciamo per il bene del lupo non aiuterebbe. Le popolazioni di ungulati, al contrario, a firmare una petizione per il “contenimento” del lupo ci andrebbero di corsa.
Gli interessi tra specie diverse di un ecosistema, popolazioni diverse di una stessa specie, individui diversi all’interno della popolazione e geni diversi [6] in uno stesso individuo, sono sempre in conflitto a vari livelli. Tale conflittualità dà il senso di come la questione non sia riducibile ad una dicotomia di valori bene-male, e di quanto sia ingenuamente semplicistica l’idea che ci siano soltanto UN problema e UNA soluzione.
Nel grande gioco biologico della replicazione non ci sono strategie win-win in senso assoluto, ogni mossa impone perdite e guadagni distribuiti in modo disomogeneo e asimmetrico tra tutti i giocatori.
Questo ci porta ad una riflessione piuttosto scomoda.
Qualsiasi decisione nei confronti di questa o quella specie presuppone un criterio di scelta che, non potendo essere vantaggioso per tutti, è deliberato arbitrariamente, e che di solito va nella direzione di fare, direttamente o indirettamente, gli interessi di Homo sapiens (o di un suo sottoinsieme ristretto). Tanto le battaglie per salvare il lupo, quanto quelle per farlo fuori, così come la guerra ai gatti o ad altre specie invasive, le petizioni per proteggere (e liberare) gli orsi, fino alle variegate posizioni in merito ai randagi (che vanno dal “liberi tutti” allo sterminio, passando per la politicamente corretta sterilizzazione), sono facce diverse della stessa medaglia, ovvero proteggere interessi che, essendo in conflitto, non possono che essere parziali, ma fanno comunque capo a noi.
Perfino l’obiettivo principe del conservazionismo, di evitare la riduzione di biodiversità, è guidato dall’idea (corretta) che un maggior numero di specie incrementi le connessioni all’interno della rete biologica rendendola meno fragile, e di conseguenza mantenendo gli ecosistemi in equilibrio. Ma diversità ed equilibrio non sono altro che figli dello stesso criterio umanista: massimizzare lo sfruttamento del pianeta, e di tutto ciò che contiene, da parte della coalizione umana.
Inutile quindi nascondersi, come più volte viene fatto, dietro una presunta difesa di uno stato naturale o della purezza di una specie, perché il concetto di “naturale”, come quello di “innaturale”, non ha a che fare né con la biologia né con gli ecosistemi, è solo un retaggio teologico con cui si definiva ciò che era ritenuto consonante agli intenti di Dio [7].
La concezione che vi siano percorsi evolutivi “più naturali” di altri poggia su un terreno terribilmente scivoloso, che quasi sempre maschera più di un pizzico di ideologia.
Il vero nemico del lupo è lo stesso dell’orso, lo stesso di elefanti e balene, lo stesso di fiumi e foreste.
Viva il lupo, l’orso e i randagi fortunati.

Riferimenti

[1] Biological Conservation |
European agreements for nature conservation need to explicitly address wolf-dog hybridisation (2020)
[2] Yellowstonepark.com | Wolf Reintroduction Changes Ecosystem in Yellowstone
[3] Molecular Biology and Evolution | Disentangling Timing of Admixture, Patterns of Introgression, and Phenotypic Indicators in a Hybridizing Wolf Population (2017)
[4] Evolutionary Applications | Widespread, long‐term admixture between grey wolves and domestic dogs across Eurasia and its implications for the conservation status of hybrids (2018)
[5] Pikaia.eu | Lupo e cane, nuove ipotesi sull’ibridazione e nuovi scenari per la conservazione
[6] Trivers, Burt, Geni in conflitto. La biologia degli elementi genetici egoisti (2008)
[7] Yuval Noah Harari, Homo deus. Breve storia del futuro (2018)

Credit immagine:  Mihir Godbole/The Grasslands Trust

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