Cosa (non) è un domestico

Il concetto di domestico continua a generare molta confusione, e il più delle volte rischia di venire utilizzato per approdare a conclusioni semplicistiche. Che in genere sono sbagliate, perché l’universo biologico è fatto di complessità.
Il cane è un animale domestico, e fin qui siamo tutti d’accordo. Un po’ meno su cosa questa definizione comporti.

Rispetto ad un selvatico il domestico si differenzia per almeno tre caratteristiche:
1. Ha una buona tolleranza alla presenza umana, di conseguenza la sua distanza di fuga è bassa o nulla.
2. In assenza di minacce (reali o percepite) si dimostra poco o per niente aggressivo nei nostri confronti.
3. La sua riproduzione può essere controllata in cattività.

Il processo di domesticazione (qualunque sia) che produce queste caratteristiche porta con sé alcune modificazioni morfologiche e comportamentali sia adattative che collaterali (la cosiddetta domestication syndrome).
Il cane ha un aspetto più coccoloso del coyote, ha modificato la sua strategia alimentare dalla predazione al commensalismo (raccolta, saprofagia, caccia – in questo ordine di preferenza), ha una configurazione motivazionale che lo predispone alla collaborazione con noi, tanto per citarne alcune (nello specifico: un sottoprodotto, un adattamento funzionale, un’ottimizzazione della fitness).
Questo non significa che un animale domestico abbia biologicamente bisogno di un compagno umano. Se lo fosse lo dovremmo chiamare simbionte o parassita. Un pidocchio senza il cuoio capelluto su cui prolifica è spacciato, un gregge di mucche lontane da una fattoria o un gatto privato di un monolocale riscaldato e del suo tiragraffi se la cavano ugualmente più o meno bene, come hanno ampiamente dimostrato tutti i domestici mollati a Chernobyl durante l’evacuazione.

E non significa nemmeno che il domestico occupi una categoria completamente avulsa dai colleghi selvatici all’interno della quale è impossibile fare alcun tipo di confronto.
Il cane non è un barbagianni, grazie al cazzo. E una molecola d’acqua non è una di etanolo o di acido oleico, ma tutte e tre sono soggette alle transizioni di fase e rispondono in modo analogo a variazioni di temperatura o pressione.
I domestici condividono con i selvatici un esteso substrato biologico che in termini quantitativi li accomuna molto più di quanto le singole specificità li differenzino.
La territorialità di un cane non è tanto diversa da quella di un orso bruno, il suo sistema nuziale promiscuo ricalca l’atteggiamento libertino di molti primati, il suo hardware cerebrale è costituito dagli stessi meccanismi che regolano quello di una mangusta.

E’ fondamentale tenere a mente che ogni specie è specifica, non speciale, e il cane non fa differenza. Le sue specificità sono implementate localmente, nel senso che a partire da un continuum che funge da architettura comune, ogni innovazione evolutiva che rende un cane diverso da una iena si è formata on top, senza disfare la struttura sottostante, esattamente come l’installazione di un’applicazione non rende diverso il sistema operativo su cui lavora.
Ogni volta che qualcuno afferma assolutisticamente che il cane non può prescindere dal sostegno umano, che cerca istintivamente in noi una guida, che mette l’amore (quello rivolto a noi) al primo posto, che è incapace di risolvere autonomamente i conflitti con i conspecifici, che le sue cure parentali si esauriscono di punto in bianco a 2 mesi come un contratto di locazione, che la sua sessualità ha un peso irrilevante per lo sviluppo e la vita da adulto, liquidando il tutto con l’assioma “è domestico”, sta sostenendo, senza accorgersene, un dualismo radicale. Lo stesso dualismo cartesiano che separava H. sapiens da tutto il resto degli animali in virtù di una res cogitans dal sapore metafisico. Sta dicendo, cioè, che C. lupus familiaris non è un animale come gli altri, è speciale, è la molecola che non segue le leggi della fisica, è una specie magica.

Per quanto dividere il mondo in categorie binarie sia semplice ed efficace, è ingenuo pensare che esistano linee di confine nette che separino tali categorie in modo inequivocabile, perché quel mondo che cerchiamo di rappresentare attraverso tassonomie non è discreto. Natura non facit saltus.
I carnivori obbligati come i lupi non disdegnano una porzione di frutta ogni tanto, e i vegetariani per eccellenza come i conigli danno un morso alla carne se capita. Animali notoriamente monogami si lasciano andare a scappatelle, competitori stringono saltuarie alleanze.
Specie, morfologie, comportamenti, non sono entità atomiche, e le etichette che per comodità gli applichiamo non alzano barriere invalicabili.

Domestico non significa che il suo posto naturale sia nel salotto di una villetta a schiera, né che il suo ruolo sia quello di gratificare un commercialista di Lodi esibendo una perfetta condotta al piede. Anche perché i concetti di naturale e ruolo sono vestigia teologiche (ciò che è conforme agli intenti di Dio), che con la biologia non hanno nulla a che spartire.
L’essere umano è un ingrediente rilevante nell’ambiente (Umwelt) del cane in quanto le nostre storie evolutive sono intrecciate, è un alleato prezioso, è spesso un’opportunità, talvolta una minaccia. Ma non è un centro di gravità, né un pulsante di reset che, con i poteri magici della domesticazione, cancella di punto in bianco i legami indissolubili di un animale con la sua matrice biologica.

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